giovedì 21 gennaio 2016

Ticket Books libri e biglietti per la metropolitana



Ticket Books, i libri come biglietti per la metropolitana.

 L'iniziativa in Brasile di L&PM Editores e Agência Africa

Per trascorrere il tempo durante lunghi e noiosi viaggi sui mezzi pubblici i libri sono validi alleati. 

Quando sono troppo ingombranti, però, maneggiarli può essere difficoltoso, specie nel momento in cui siamo costretti a tirare fuori dallo zaino il biglietto della metro per superare i tornelli.

La casa editrice brasiliana L&PM Editores, in accordo con Agência Africa, ha ideato un modo per 
ovviare il problema: dei libri che possano essere utilizzati anche come biglietti. Il loro nome non a caso è Ticket Books, una serie di dieci fascicoli da collezione, su ciascuno dei quali la copertina è ispirata a una mappa della metro.

Le letture comprendono titoli leggeri e altri più impegnati e per il primo esperimento sono stati scelti libri celebri: Peanuts: Friendship. That’s What Friends Are For di Charles M. Schulz, Garfield: Sorry di Jim Davis, Hundred Love Sonnets di Pablo Neruda, The Great Gatsby di F. Scott Fitzgerald, The Art of War di Sun Tzu, Sherlock Holmes: The Hound of Baskerville di Sir Arthur Conan Doyle, Hamlet di William Shakespeare, Murder Alley di Agatha Christie, Chives In Trouble! di Mauricio de Sousa e Quintana Pocket di Mario Quintana.

Ogni libro consente 10 viaggi in metro e durante lo scorso World Book Day 10mila pezzi sono stati 
distribuiti gratis, per promuovere la lettura. Visto il successo dell'iniziativa è molto probabile che presto altri titoli si aggiungeranno alla collezione e che qualcun altro possa imitare l'idea brasiliana.


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mercoledì 13 gennaio 2016

Bibliotecari brasiliani nudi in calendario



I bibliotecari brasiliani nudi in un calendario per realizzare la Biblioteca da Diversidade. 
Una raccolta fondi per la causa Lgbt















Lo scopo è nobile: realizzare una biblioteca della diversità, che promuova una cultura nel rispetto delle differenze. Per farlo 12 bibliotecari brasiliani si sono messi a nudo, diventando i volti (e i corpi) di un calendario, il cui ricavato della vendita verrà utilizzato per raggiungere questo fine.

Se il progetto andrà in porto la "Biblioteca da Diversidade" sorgerà in un paese nel quale le violenze 
contro la comunità Lgbt sono all'ordine del giorno. Un segnale importante, per il quale bibliotecari 
provenienti da Rio de Janeiro, San Paulo, Pará e Brasilia hanno deciso di spogliarsi davanti a una 
macchina fotografica, diventando protagonisti per dodici mesi.

L'obiettivo è ambizioso. Per costruire quello che sarà di fatto anche un ritrovo per gay, lesbiche, 
bisessuali e transessuali sono necessari 3 milioni di reais, circa 682.000 euro. Sfogliando il calendario, pagina dopo pagina, l'ammiccante invito alla cultura dei bibliotecari è una convincente richiesta a sposare la causa.

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giovedì 7 gennaio 2016

Sante Notarnicola e l' Evasione Impossibile



I detenuti comuni, gli sbandati, i ribelli senza speranza, 
noi ve li ritorneremo con una coscienza rivoluzionaria. 
Questo è il mio impegno, questo è il vostro errore.

Dichiarazione di Sante Notarnicola  al  processo d’appello.   Milano, dicembre 1971.

Voglio usare brevemente del diritto alla parola, per chiarire il mio atteggiamento, non solo quello precedente al mio arresto, ma anche quello attuale nel carcere e in  quest’aula.  Anzitutto dichiaro sinceramente che non mi toccano né la condanna che mi darete né la descrizione che è stata fatta di me in questo luogo e altrove. Entrambe riflettono il modo di pensare e di giudicare, proprio della mentalità della classe dominante. Questa vede in me un suo nemico, e non può darmi né comprensione né giustizia che io non chiedo. Essa colpisce me attribuendomi quella criminalità, quella violenza, quella avidità che sono le sue stesse caratteristiche. Mi si indica come esempio del Male, mentre io non sono altro che un prodotto di questa società borghese corrotta e malvagia.

Questa società che pone come unica alternativa lo sfruttamento legalizzato: il carcere. Se io sono un criminale, e lo nego apertamente, sono esattamente quale voi mi avete fatto. La criminalità è roba vostra! Essa è prodotta e riprodotta continuamente, inevitabilmente, deliberatamente, dalla società classista, nell’interesse delle classi dominanti. La criminalità consiste nella egoistica ricerca del profitto e del successo ad ogni costo, nella sopraffazione dei deboli, nello sfruttamento, e tutto ciò è roba vostra. Consiste nell’accettare il carcere diventando dei delatori, degli opportunisti, dei ruffiani per ottenere privilegi, concessioni, libertà anticipata, calpestando i compagni di pena, ingannando l’opinione pubblica, con falsi pentimenti, tradendo tutto e tutti e prima ancora se stessi. Io rifiuto tutto questo, anche se questo rifiuto mi costerà caro.

Sappiate anche questo quando mi condannerete. Non sono mai stato un criminale e non lo sono tutt’ora, faccio questa dichiarazione in tutta serenità ben sapendo il danno che me ne verrà, le difficoltà che dovrò superare e la repressione che essa mi scatenerà contro da parte dell’apparato punitivo. Questo mio atteggiamento è coerente a tutto il mio passato sino a questo istante e per coerenza alla mia scelta iniziale, che è quella della rivolta contro il sistema borghese, io debbo avvertirvi che nonostante tutta la  buona volontà della istituzione carceraria, ogni tipo di trattamento rieducativo non riuscirà a fare di me quello che si propone di fare per ogni detenuto: distruggere ogni dignità, ogni coscienza, ogni qualità, sino alla totale repressione psicologica, quella del criminale borghese. Sarò sempre, e stavolta nel modo migliore, più giusto, più difficile, un comunista, un rivoluzionario. E per la logica repressiva inevitabilmente 
dovrò pagare sino in fondo per questa mia decisione.

Vi chiedo l’ergastolo, non per i morti che non ho ucciso, non per i reati in se stessi, ma perché io sono vostro nemico, perché io sono vostro prigioniero, perché voi  rappresentate il sistema capitalistico che è nemico mortale del genere umano, e perché al nemico vincitore non si chiede giustizia o pietà, ma si continua a combatterlo anche dal fondo delle sue putrescenti galere. Non sono qui per chiedere attenuanti, sono  venuto davanti a voi, ma non per il motivo che spinge il detenuto comune a presenziare ai processi: difendersi cioè sul piano giuridico per attenuare la condanna. Sono venuto per criticare il mio passato dove esso è da criticare, in modo rivoluzionario, da un punto di vista rivoluzionario. So che parte della opinione pubblica mi è ostile, ma ciò non mi riguarda; è quella parte del pubblico che ha totalmente assorbito la mentalità della classe dominante. Non ad essa mi rivolgo, ma alle forze sinceramente proletarie e rivoluzionarie. Solo rispetto ai valori che queste rappresentano, il mio passato può essere autocriticato e condannato. Se io ho rapinato banche, se sono morti degli uomini, non per mano o volontà mia, non è certamente davanti a una classe che si fonda sulla rapina, sulla frode, sulla violenza più sanguinosa che debbo giustificarmi. Ho davanti a me una polizia assassina, ho davanti a me una legge fascista. Ho sbagliato. È innegabile. Come è innegabile il rammarico che provo per i morti, vittime ignare di una lotta continua e inarrestabile che non certamente noi, piccoli uomini sfruttati, abbiamo voluto. Ma il mio rammarico più forte è per quei vivi che non capiscono o non vogliono capire il significato più vero e profondo della nostra rivolta. Questo è l’aspetto più tragico di tutta questa storia. Non chiedo a questi operai, alle masse non politicamente preparate di giustificarmi, ma solo di capire. Di capire che la nostra è stata solo una risposta ad una situazione di vita intollerabile per la dignità umana e che il responsabile di questa situazione è il sistema borghese, è questo il nemico, il provocatore del crimine, la causa di ogni violenza e di ingiustizia. Quei lavoratori, quegli sfruttati che sono contro di noi, non comprendono, ed è la loro tragedia, che lo sfruttamento, la miseria, la violenza, il crimine, l’oppressione, non sono opera nostra ma il risultato inevitabile di un sistema ingiusto, fondato sulla divisione tra gli uomini. Ora, quando noi, un piccolo gruppo, ci ribelliamo a questo stato di cose, anche se la nostra è una ribellione soggettiva individualistica, siamo sempre dalla parte giusta, nonostante gli errori del metodo. Siamo sempre dalla parte delle classi sfruttate, degli oppressi, dei poveri: il nostro unico rimpianto è quello di non aver saputo e potuto mirare in alto e di esserci limitati a un solo tipo di attività. Tuttavia abbiamo avuto il merito di mettere in seria crisi gran parte dell’apparato poliziesco, difensore degli interessi borghesi, dimostrandone l’ottusità, ’incapacità, la ferocia, la funzione esclusivamente antioperaia. Questo l’aspetto positivo della nostra azione, quell’aspetto che ci pone concretamente, realmente, fuori da ogni compromesso con il mondo borghese. Ciò nonostante abbiamo sbagliato, perché non siamo riusciti a creare nuclei di guerriglia organizzata che nei cupi anni ’60 avrebbero potuto scuotere la classe operaia da una situazione di confusione e di inerzia.

Purtroppo oltre ai nostri errori c’è stata pure una somma di circostanze avverse: se avessimo avuto maggior tempo a nostra disposizione saremmo riusciti ad agire, con più vastità ed efficacia. Nel venire a contatto con il mondo carcerario, con la sua quantità di orrori e di violenze e nel rivedere criticamente gli errori compiuti e nel conoscere da vicino la lotta eroica dei detenuti politici, ho potuto crescere, maturare, arricchire la mia coscienza rivoluzionaria. Ciò mi rende sereno nel cammino verso l’ergastolo. Voi cercherete di farci morire in galera, delegando gli uomini dell’apparato ad accelerare le cose.

Ce ne andiamo con il rimpianto di non aver fatto ciò che dovevamo fare, di aver sciupatol’unica occasione della nostra vita. Ma siamo sereni. Altri verranno, migliori di noi, fatti esperti dei nostri errori, a raccogliere l’aspetto positivo della nostra esperienza. La lotta contro di voi continua, fuori e dentro il carcere! Voi continuerete a imprigionare tutti coloro che vi danno fastidio o sono un pericolo per il vostro disordine costituito. Voi getterete in carcere i pacifisti, gli obiettori di coscienza, noi li aiuteremo a superare le asprezze e le privazioni di questa vita e di questo ambiente. I detenuti comuni, gli sbandati, i ribelli senza speranza, noi ve li ritorneremo con una coscienza rivoluzionaria. Questo è il mio impegno, questo è il vostro errore. Voi credete di aver vinto e invece, anche con me, avete già perso la battaglia. Voi condannerete me con spietata durezza, come condannerete chiunque si ribella alla vostra oppressione. Ma verrà il giorno in cui io, 
insieme al popolo, sarò un vostro accusatore!

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domenica 3 gennaio 2016

Il Tuo Sito


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L'amore spiegato da Tiziano Terzani


L'amore spiegato da Tiziano Terzani

L’incontro che ci completa e va curato alternando presenze e distacchi. Un maestro di vita rivela il segreto della sua storia con la moglie, conosciuta da ragazzo e mai “abbandonata”

Il testo di Tiziano Terzani che pubblichiamo arriva in libreria in questi giorni, nel volume di inediti “Le parole ritrovate” (editrice La Scuola) che raccoglie, a cura di Mario Bertini, quattro interventi fatti a Firenze e dintorni tra il febbraio e il marzo del 2002, accompagnati da una rassegna di fotografie. A stanare il giornalista dal suo rifugio sull’Himalaya e a convincerlo a reimmergersi tra la folla era stato non tanto l’attentato alle Torri Gemelle quanto la rabbiosa risposta di Oriana Fallaci nel volume “La rabbia e L’orgoglio”. Terzani, sin dai sui esordi come corrispondente per diversi giornali, tra cui “L’Espresso”, coltivò un’instancabile curiosità per il continente asiatico, di cui divenne profondo conoscitore. Per questo dei tragici eventi dell’11 settembre 2001 afferrò subito il pericolo universale: lui, che gli uomini di Bin Laden li aveva incontrati, si fece così «pellegrino di pace», testimoniando davanti a tante platee del Belpaese la sua esperienza: «Ci sono milioni e milioni di persone che oggi, nel mondo, non vogliono vivere come noi … che non vogliono la nostra libertà. 
Queste persone sono anche tra di noi. Sarà bene ascoltarle, forse» (Enrica Murru) 

Mi permettete di parlarvi un attimo dell’amore? Quando si nasce, secondo me, si nasce a metà, perché nell’origine si era una cosa insieme, poi ci ha separato il tempo, lo spazio, ma la vita diventa pienezza quando si trova l’altra metà, e io in questo sono stato fortunatissimo, per questo e per tante altre cose.

E così, in mia moglie, ho trovato l’altro pezzo di me molto presto: avevo appena fatto la maturità, e con quest’altro pezzo abbiamo fatto la strada insieme. E questo è bello perché si cresce insieme. Tanto è vero che io non mi vergogno a dire che quel che vedete qui, davanti a voi, è in gran parte il frutto del rapporto con questa mia straordinaria moglie.

Se poi mi chiedete: ma com’è che sei riuscito a stare quarantadue anni con la stessa persona, in questi tempi in cui si consuma tutto: si consumano le scarpe, gli orologi, i telefonini e anche i partner, i mariti, le mogli e perfino i fidanzati?

Debbo dire che ognuno deve trovare la sua formula nell’amore: la mia è stata questa, ma non è ripetibile, vi prego, e non pensate che tutto quello che io vi voglio dire stasera, sia la formula per la vita, o la soluzione per la pace.

Io non ho formule, non ho nemmeno risposte ai problemi del mondo, che sono immensi, ho soltanto delle domande, non ho nemmeno certezze, ho dei dubbi da porre a chi crede di avere certezze e poi non le ha. La formula del mio matrimonio è questa: grandi presenze e grandi assenze. Vi faccio anche l’esempio: io avevo già due figli piccoli, e facevo il corrispondente di guerra in Vietnam, dove non potevo tenerela famiglia perché era pericoloso. Chi di voi lo ha studiato, si ricorderà che, nel 1968, in Vietnam c’erano i vietcong che attaccavano le città, e non si poteva tenere i bambini in una zona di guerra, e così i miei stavano con la madre a Singapore, mentre io facevo il corrispondente di guerra in Vietnam, in Cambogia, nel Laos, e poi nelle guerriglie in Indonesia, in Malesia... ero sempre fuori.

Stavo via due o tre settimane e poi tornavo a casa. Ed era bellissimo tornare, perché ero pieno di piccoli regali per i bambini, e tante esperienze da raccontare a mia moglie, che a sua volta mi raccontava le sue. E questo era bello perché tutt’e due avevamo qualcosa da scambiarci. Tant’è vero che dopo un po’ di giorni mia moglie mi diceva: «Ma non hai qualche altra guerra da andare a raccontare?».

Per cui la mia formula era questa: grandi presenze e grandi distacchi. (...)

L’amore!? Una cosa che ormai è diventata così poco di moda. Chi di voi ha i capelli bianchi come me, si ricorderà che la nostra generazione, diceva «fare all’amore» e non «fare sesso». Io trovo, che se insegnassimo ai nostri figli già queste espressioni, avremmo fatto qualcosa di interessante. Avremmo riportato nella vita quella cosa stupenda e meravigliosa che è l’amore. Qualcosa che è più grande della materia.

Qualcuno dirà: «Ma il sesso è importante!».

Lo dite a me che ho 63 anni e ho girato il mondo?

Ma è la cantina, non è l’ultimo piano!

Molti giovani oggi hanno paura a dire: «Sono innamorato, ti amo!»

Perchè pensano che sia una debolezza, una vulnerabilità, uno sdilinquimento che non è una forza. Io trovo che se riparliamo d’amore è bellissimo, e il mio messaggio ai giovani è: vi prego, riscoprite la voce del cuore, la testa è bella, la testa è importante, ma la ragione non è tutto! Dobbiamo ascoltare il cuore e il cuore parla con la voce uguale. Mussulmani, cristiani, ottentotti, il cuore è uguale dappertutto. Non c’è un cuore orientale e un cuore occidentale, non c’è una psiche orientale e una psiche occidentale: noi siamo dentro la psiche che è uguale dappertutto. La vita è una, una! Questa piccola straordinaria vita è parte di una cosa meravigliosa, dell’universo...

E questo, ritornando nella natura, è una cosa che sento molto. Io, ora, me lo sono permesso: ho 63 anni e vivo in mezzo alla natura. Cosa che suggerisco a tutti di fare.(...)

Certi grandi dicono che la miglior forma di comunicazione è il silenzio. E le parole spesso sono trappole.
Vi faccio un esempio con una parola che tutti, tutti, tutti conosciamo. La parola “amore”.

A volte è una cosa meravigliosa, a volte una grande sofferenza, a volte una grande gioia, a volte una grande forza, a volte un fuoco, a volte un senso di insufficienza... amore.

Amore: tutto lì? Tutte queste cose? Tutte lì? In questa scatolina della parola? L’amore è molto di più di quella parola, eppure non troviamo altro modo di esprimerlo che con quella parola. (...)

Io non sono consumista, ho una sola moglie che non ho mai rottamato e con la quale sto insieme da 42 anni.
Quando feci conoscere questa mia moglie ai miei genitori dicendogli che era tedesca, il mi’ babbo la guardò come se ci avesse in testa un elmetto con scritto “ss”, e la mi’ mamma aggiunse: «La ‘un è nemmeno della nostra religione».

Questo voleva dire essere tedesco a Firenze 45 anni fa. Oggi è tutto superato, si può viaggiare in giro con questo euro senza frontiere e senza nemmeno passaporti. È una bella storia.

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